Sfruttamento e resistenze. Migrazioni e agricoltura in Europa, Italia, Piana del Sele

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Questo libro parla del lavoro e delle vite di chi produce ciò che mangiamo. Dietro la pubblicità, le promozioni, gli scaffali dei supermercati, i marchi, tendiamo a dimenticare a che prezzo e dentro quali rapporti di sfruttamento i beni agricoli ci vengono spesso messi a disposizione. Questo saggio rimette al centro, invece, il lavoro vivo – nei campi, negli allevamenti, sotto le serre. Prova a dare voce ai migranti, sempre più protagonisti a livello mondiale dell’industria agricola capitalistica, ma anche a un insieme di territori del Sud Europa, del Mezzogiorno e dell’enclave della Piana del Sele, nella provincia di Salerno. Queste “enclavi di produzione” sono le aree che alimentano le catene agricole globali e permettono di osservare le gerarchie che le governano.

Nell’analisi di questo sistema produttivo e delle sue specifiche catene del valore, il lavoro vivo, con le sue resistenze, lotte, capacità e potenzialità, è spesso dimenticato negli studi e nelle analisi. La ricerca di Gennaro Avallone intende colmare questa lacuna. L’agricoltura viene qui osservata criticamente dal lato delle lavoratrici e dei lavoratori, concentrandosi sui rapporti sociali di produzione per come si danno nella quotidianità, fatta di subordinazione, sfruttamento e resistenze, nel quadro delle logiche orientate ai super-profitti delle grandi imprese internazionali e multinazionali al tempo dell’economia finanziarizzata. “Sfruttamento e migrazioni” – come osserva correttamente l’autore – “sono costitutivi dell’agricoltura globale. Questa connessione, registrata già in altri periodi storici, è divenuta ancora più stringente negli ultimi decenni, nella rincorsa attuata in una molteplicità di enclave agricole nel mondo verso la ricerca, e, se non disponibile, la produzione di manodopera a buon mercato, utile per moderare i prezzi ma, soprattutto, per aumentare i profitti delle aziende agricole e, soprattutto, delle altre imprese protagoniste nelle filiere commerciali internazionali”.

Per ricostruire in maniera critica questo sistema, la ricerca si è avvalsa soprattutto di interviste e colloqui con una molteplicità di lavoratrici e lavoratori, condividendo con loro ore e ore di vita quotidiana. Come afferma l’autore, “è con questa densità – la densità della vita, dei progetti connessi alle migrazioni e dei rapporti di produzione fondati sullo sfruttamento – che la ricerca ha cercato di entrare in comunicazione, per restituire un quadro delle relazioni di potere che governano l’agricoltura capitalistica e delle strategie che i lavoratori mettono in atto per non farsi sopraffare e proteggere sé stessi, rivendicando diritti e dignità”.

L’Italia costituisce, da questo punto di vista, un campo di ricerca particolarmente interessante. La presenza di forza lavoro immigrata ha caratterizzato l’agricoltura italiana sin dai primi anni Ottanta. Tuttavia, nonostante fatti rilevanti come l’uccisione di Jerry Masslo nel 1989 o l’incendio del “ghetto” di Villa Literno nel 1994, istituzioni, forze politiche, media mainstream e gran parte del mondo della ricerca accademica hanno fatto finta per anni di non accorgersene. Come ben vede l’autore, “il disconoscimento avviene anche sul piano sociale, a partire dal fatto di ignorare chi sono e da dove vengono queste persone, al massimo definite come immigrati che, primo o poi, andranno via, ma difficilmente pensate come presenze stabili con un passato ed un futuro e non solo con un presente subalterno alle necessità dell’economia locale: presenze che richiederebbero politiche pubbliche, in particolare per la casa ed i servizi sociali, in realtà assenti”.

Qualcosa però sembra essere cambiato negli ultimi anni. L’attenzione verso le condizioni del lavoro migrante, in agricoltura e non solo, e verso il nesso tra migrazioni, sistema produttivo e sfruttamento, è cresciuta dopo la rivolta di Rosarno del gennaio 2010 e si è intensificata a seguito dello sciopero auto-organizzato di Nardò iniziato dell’estate 2011, a cui hanno fatto seguito iniziative di lotta a Castelnuovo Scrivia, Saluzzo, Latina, Foggia, varie esperienze di organizzazione dal basso attraverso la rete Campagne in lotta e alcuni sindacati, USB e Flai-Cgil in particolare, fino agli esperimenti di produzione e filiera “fuori mercato” come SOS Rosarno, Produzioni Fuori dal ghetto, Sfruttazero, Funky Tomato e lo yogurt Barikamà. Anche le attività di ricerca si sono moltiplicate negli ultimi anni, proprio all’interno di questa mobilitazione, contribuendo a produrre e sistematizzare dati ed analisi utili non solo a comprendere il fenomeno dello sfruttamento ma anche ad affrontarlo alla radice, provando a modificarne le cause e le dinamiche profonde attraverso le lotte sociali e sindacali e le campagne di consumo critico, per una produzione del cibo libera dal lavoro sfruttato.

La scelta metodologica di Gennaro Avallone di guardare al mondo dell’agricoltura dal lato della forza-lavoro e dei rapporti conflittuali di produzione costituisce sicuramente il tratto più interessante di questa ricerca. Questa scelta rende giustizia a un mondo fatto di fatica, spinta in alcuni casi fino alla morte, ma anche di voglia di riscatto e di protagonismo, in cui si cerca di ribaltare la produzione legale della vulnerabilità ottenuta attraverso il combinato disposto delle proibitive leggi sull’immigrazione e della tendenza neoliberista alla “rimodulazione ‘individualistica’ della regolamentazione giuridica del lavoro”. Tornare a chiedersi da dove viene ciò che mangiamo, chi lo produce, in quali condizioni, e a che prezzo, è il modo migliore per rispondere – dal lato dei cittadini ridotti a meri consumatori – alla provocatoria e indispensabile prospettiva di cambiamento che le lotte dei migranti e dei loro sodali hanno riaperto nelle nostre campagne.

 

Scarica l’Indice e l’Introduzione della ricerca.

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