Richiedenti asilo e accesso al lavoro

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Recenti fatti di cronaca segnalano casi di sfruttamento lavorativo ai danni di richiedenti asilo. Le norme illustrate in questa scheda riguardano le condizioni a cui i richiedenti asilo possono accedere al lavoro regolare, godendo degli stessi diritti di ogni altro lavoratore.

 

I richiedenti asilo possono lavorare dopo 2 mesi dalla presentazione della domanda

Il cittadino straniero che ha presentato una domanda di “protezione internazionale” riceve un “permesso di soggiorno per richiesta asilo” (art. 4, comma 1, Decreto legislativo n. 142 del 18 agosto 2015) che gli consente di lavorare. Può comunque già stipulare un contratto di lavoro dopo sessanta giorni dalla presentazione della domanda, se il procedimento di esame non si è ancora concluso e il ritardo non può essere attribuito allo straniero stesso (art. 22, d.lgs. 142/2015). È sufficiente a questo scopo la “ricevuta attestante la presentazione del deposito della richiesta di protezione internazionale” (art. 4, comma 3, d.lgs. 142/2015) che costituisce permesso di soggiorno provvisorio.

Prima che il decreto legislativo 142/2015 recepisse la direttiva 2013/33/UE contenente norme sull’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale, il richiedente asilo poteva lavorare solo trascorsi 6 mesi dalla presentazione della domanda.

I richiedenti asilo ospiti di strutture di accoglienza che vogliano lavorare devono tenere conto di un limite relativo al reddito totale che possono percepire. L’accesso e la permanenza nelle strutture di accoglienza è infatti subordinato all’assenza di mezzi economici “sufficienti a garantire una qualità di vita adeguata per il sostentamento proprio e dei propri familiari” (art. 14, comma 1, d.lgs. 142/2015). La valutazione dell’insufficienza dei mezzi è effettuata dalla Prefettura con riferimento all’importo annuo dell’assegno sociale(art. 14, comma 3, d.lgs. 142/2015). La stessa Prefettura può revocare le misure di accoglienza nel caso in cui il richiedente asilo, lavorando e percependo un reddito mensile superiore all’assegno sociale, risulti avere mezzi economici sufficienti (art. 23, lettera d, d.lgs. 142/2015).

Nel caso in cui faccia ricorso contro il rigetto della domanda d’asilo da parte della Commissione Territoriale competente, lo straniero può continuare a svolgere attività lavorativa. Chi ha presentato ricorso può infatti ottenere il rilascio di un permesso di soggiorno per richiesta asilo che, come detto, permette di lavorare.

I richiedenti asilo hanno la possibilità di essere assunti da datori di lavoro sia privati che pubblici secondo le norme generali vigenti. Sono trattati allo stesso modo di qualsiasi altro lavoratore.  Questo significa, ad esempio, che il datore di lavoro deve fare una comunicazione obbligatoria della loro assunzione attraverso l’apposito sistema informatico.

 

I richiedenti asilo possono iscriversi al Centro per l’impiego

I richiedenti asilo tra i 16 e i 65 anni che non hanno trovato un lavoro possono iscriversi al Centro per l’impiego competente, trascorsi 60 giorni dalla presentazione della domanda. Gli stranieri devono presentarsi personalmente presso il Centro, poiché è necessaria la verifica del permesso di soggiorno, e devono dichiarare un domicilio, normalmente presso lo stesso centro di accoglienza (art. 5 d.lgs. 142/2015).

 

Il permesso per richiesta di asilo non è convertibile in permesso per lavoro

Il richiedente asilo, anche se lavora, non può cambiare il suo permesso e chiederne uno per motivi di lavoro. Per fare la “conversione” (cioè per cambiare il proprio documento di soggiorno da un tipo a un altro) deve attendere la risposta della Commissione Territoriale che valuta la sua domanda di protezione internazionale: se ottiene l’asilo politico, la protezione sussidiaria o la protezione umanitaria, può chiedere di avere un permesso per motivi di lavoro.

Chi ha un permesso di soggiorno per richiesta asilo deve seguire con molta attenzione la procedura relativa alla sua domanda, e solo dopo aver ricevuto la risposta della Commissione può preoccuparsi della conversione del suo permesso. Deve, dunque:

  • informare la Questura di tutte le variazioni di indirizzo, in modo che la Commissione possa comunicare la data in cui lo straniero viene convocato;
  • preparare con cura il colloquio presso la Commissione, facendosi assistere da un avvocato o da un operatore specializzato nelle pratiche di asilo;
  • in caso di risposta negativa della Commissione, fare ricorso, rivolgendosi a un avvocato specializzato e competente nelle pratiche di asilo.

 

Accesso al lavoro al termine della procedura di asilo

La procedura d’asilo spesso dura diversi mesi e può avere i seguenti esiti:

  • riconoscimento dello status di rifugiato o protezione sussidiaria: le persone sono fondamentalmente equiparate ai cittadini italiani e possono dunque essere assunte secondo la normativa sul lavoro valida per tutti i lavoratori;
  • ricezione di un permesso di soggiorno per motivi umanitari: diritto di soggiorno per due anni sul territorio nazionale, con il quale alle persone è permesso intraprendere un’attività lavorativa dipendente o autonoma per la durata del permesso di soggiorno;
  • richiedenti asilo che  in caso di esito negativo hanno depositato ricorso: hanno gli stessi diritti dei richiedenti asilo fino all’esito finale del ricorso;
  • rigetto definitivo della domanda: le persone vengono invitate a lasciare il territorio nazionale e non sono di conseguenza più autorizzate a lavorare.
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