Processo “Sabr”: sentenza di primo grado riconosce riduzione in schiavitù

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Ammontano a quasi 170 anni di carcere complessivi le richieste di condanna formulate nell’aula bunker della Corte d’Assise di Lecce dal procuratore aggiunto Elsa Valeria Mignone nell’ambito del processo «Sabr» contro vari fenomeni di grave sfruttamento lavorativo.

La sentenza di primo grado dello 13 luglio 2017 è, per molti aspetti, senza precedenti in Italia: ha riconosciuto il reato di riduzione in schiavitù a carico di alcuni imprenditori agricoli del leccese e ha in parte confermato la natura di “organizzazione criminale transnazionale” proposta dal giudice delle indagini preliminari di Lecce, Carlo Cazzella. Si tratta del punto di arrivo di un cammino di mobilitazione iniziato nell’estate del 2011, con lo sciopero dei braccianti alloggiati nella Masseria Boncuri a Nardò, sostenuto dalle Brigate di Solidarietà Attiva e di Finis Terrae che nella masseria avevano costruito uno spazio di socialità e autorganizzazione per i lavoratori stagionali. Uno dei primi commenti alla sentenza è arrivato da Yvan Sagnet, leader dello sciopero del 2011, tra i primi a denunciare i caporali portati poi a processo, ora presidente dell’associazione NO CAP.

La pena più alta, 14 anni di reclusione, è stata invocata per l’imprenditore Pantaleo Latino, 60 anni, di Nardò, conosciuto come «Il re delle angurie», figura cardine dell’inchiesta perché ritenuto fra i promotori di un sodalizio dedito alla riduzione in schiavitù di lavoratori stranieri impiegati nei campi di raccolta delle angurie a Boncuri. Stessa pena chiesta anche per Ben Mahmoud Saber Jelassi, 46 anni, tunisino, che diede il nome all’operazione Sabr; 13 anni per Meki Adem, 56 anni, sudanese, e Aiaya Ben Bilei Akremi, 33 anni, tunisino; 12 anni per Yazid Mohamed Ghachir, 48 anni, nato in Algeria, chiamato «Giuseppe l’algerino»; dieci anni per Saeed Abdellah, 30 anni, sudanese; Abdelmalek Aibeche Ben Abderrahma Sanbi Jaquali, 46 anni, tunisino; Rouma Ben Tahar Mehdaoui, 42 anni, tunisino; nove anni, invece, per gli imprenditori Livio Mandolfo, 48 anni, di Nardò, Corrado Manfredi, 63 anni, di Scorrano, Giuseppe Mariano, 78 anni, di Porto Cesareo, Salvatore Pano, 60 anni, di Nardò, Marcello Corvo, 54 anni, di Nardò e Giovanni Petrelli, 54 anni, di Carmiano. Sette anni, infine, per Nizar Tanja, 39 anni, sudanese. Assolti invece Corrado Manfredi, Salvatore Pano e Giuseppe Mariano. Gli imputati sono stati condannati la risarcimento dei danni (20.000 euro) in favore delle parti civili che ne hanno fatto richiesta, oltre al pagamento delle spese legali.

Nel corso della sua requisitoria davanti ai giudici della Corte d’Assise, il procuratore aggiunto Mignone ha stigmatizzato pesantemente l’atteggiamento delle istituzioni, ignare del grave sfruttamento a cui erano sottoposti gli immigrati. A questo proposito, ha inteso ribadire come il Comune di Nardò non si sia costituito parte civile. L’inchiesta, condotta dai carabinieri del Ros, culminò con l’esecuzione di 22 ordinanze di custodia cautelare nel maggio del 2012. Secondo la ricostruzione dell’accusa, gli imputati avrebbero messo su un’associazione per delinquere finalizzata al reclutamento di lavoratori stranieri, giunti in Italia in maniera irregolare o comunque privi di permesso di soggiorno, da destinare allo sfruttamento nei campi, ridotti di fatto in schiavitù e fatti lavorare dalle 10 alle 12 ore al giorno per un compenso tra i 22 e i 25 euro. Il reato di riduzione in schiavitù era stato ritenuto non sussistente dal Tribunale del Riesame, ma era stato nuovamente contestato dalla Procura nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari.

Soddisfazione per la sentenza di primo grado è stata espressa dalla CGIL: “Una sentenza storica la prima del genere in Europa che crediamo farà giurisprudenza rispetto ad altri procedimenti legati allo sfruttamento e al caporalato in agricoltura. Un riconoscimento anche all’impegno e alle denunce della Cgil e della Flai leccese che si sono costituite parte civile nel processo” – affermano in una nota congiunta i segretari generali della Cgil Puglia, Pino Gesmundo, e della Flai Puglia, Antonio Gagliardi.

“È una vittoria dei lavoratori, di chi da sempre è in prima fila nel denunciare. La magistratura ha riconosciuto l’esistenza una struttura costituita da imprenditori, caporali e capi squadra finalizzata a sfruttare il lavoro di braccianti stranieri. Un’azione penale che assume ancor più forza dopo l’approvazione della legge 199/2016 intervenuta dopo l’avvio del processo leccese. È un segnale forte che arriva in piena estate e con l’intensificarsi dell’azione investigativa e repressiva contro il caporalato in Puglia, fenomeno che può essere estirpato solo con una forte presenza dello Stato e con azioni delle istituzioni che chiediamo da mesi, utili a contrastare il ‘monopolio’ dei caporali in termini di accoglienza, intermediazione, trasporti. Senza aggredire questi tre capisaldi dello sfruttamento, saremo costretti ad affidarci solo ad azioni delle forze dell’ordine”, continuano i due dirigenti sindacali.

“Abbiamo già chiesto un incontro alla Regione per attivare un tavolo di monitoraggio continuo sul fenomeno del caporalato e per rendere operative le nostre proposte in termini di accoglienza, trasporto e incrocio domanda e offerta di lavoro. Anche questa estate la Flai è nelle campagne pugliesi a fare sindacato di strada con la campagna nazionale “Ancora in campo” a fare informazione ai lavoratori. A tutti chiediamo assunzione di responsabilità e che questa sentenza funzioni da monito”, concludono i due sindacalisti della CGIL.

Una valutazione più prudente è stata data da Antonio Ciniero che, commentando la sentenza per Sbilanciamoci, ha affermato. “La sentenza è un indubbio passo in avanti, un risultato di grande importanza. Tuttavia, basta fare un giro per le campagne di Nardò per rendersi conto che la situazione dei lavoratori, nel complesso, non è affatto migliorata: il ghetto continua ad esistere, il lavoro nero continua a rappresentare la modalità prevalente di impiego e il caporalato continua ad essere il meccanismo abituale per l’intermediazione tra domanda e offerta di lavoro. Anche l’approvazione della recente legge contro il caporalato (n. 199/2016), di fatto, rischia di avere scarsa possibilità di successo nel contrasto allo sfruttamento in agricoltura, perché è una legge che si limita ad estendere il reato di intermediazione lavorativa illegale anche alle aziende agricole, mentre non interviene sostanzialmente sulle condizioni istituzionali, economiche e sociali, nelle quali prendono forma, tanto il caporalato, quanto, più in generale, i processi di sfruttamento in agricoltura”.

“Fin quando la lotta contro il caporalato non sarà associata ad una lotta forte, capillare e incisiva per i diritti del lavoro, probabilmente si otterrà poco. Gli interventi sul piano penale rischiano di essere insufficienti, così come pure la lotta al caporalato rischia di essere del tutto vana se non si interviene normativamente, da un lato, potenziando gli strumenti di tutela dei diritti dei lavoratori e invertendo radicalmente la tendenza, in atto da quasi un trentennio, che seguita a mortificare il corpus di diritti sociali in materia di lavoro, dall’altro, intervenendo sul piano delle politiche migratorie, favorendo modalità di ingresso e permanenza in condizioni di regolarità sul territorio che mettano in discussione l’attuale sistema di (non) accoglienza così come si è riconfigurato in Italia (e in Europa) almeno dal 2011”.

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