Caporalato nelle vigne del Chianti, scattano gli arresti

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di Paolo Nencioni
Profughi di Prato reclutati per lavorare nei campi del Chianti: provvedimenti nei confronti di pachistani e di italiani. Si indaga anche per lo smaltimento illecito di rifiuti e per la presunta adulterazione di vino Chianti. Agli arresti domiciliari un investigatore privato e un faccendiere accusati di aver offerto 200.000 euro a un testimone. Il cantante inglese era all’oscuro di tutto.

Undici misure di custodia cautelare (cinque arresti domiciliari e cinque obblighi di dimora e un’interdizione all’esercizio dell’attività imprenditoriale), sono state eseguite dalla polizia di Prato (Digos e Stradale) nell’ambito di un’operazione contro il caporalato nelle province di Prato, Firenze, Modena e Perugia. Si tratta di un’inchiesta condotta dai sostituti procuratori Antonio Sangermano e Laura Canovai che già lo scorso 10 maggio aveva portato a una trentina di perquisizioni e 12 avvisi di garanzia tra Prato e il Chianti.

L’ipotesi della Procura di Prato è che un gruppo di pachistani, capeggiati da Tariq Sikander, avessero reclutato decine di richiedenti asilo per farli lavorare nelle fattorie del Chianti. Tra le aziende italiane coinvolte nella vicenda, un ruolo di primo piano sarebbe stato svolto dalla Coli spa di Tavarnelle Val di Pesa: Giampiero, Filippo e Giacomo Coli sono stati messi agli arresti domiciliari, Gianluca Coli è stato interdetto per sei mesi dall’attività imprenditoriale. Secondo quanto spiegato dagli inquirenti, alcuni dei lavoratori stranieri sarebbero stati impiegati anche nei terreni di proprietà del cantante Sting, che però, è stato chiarito, era all’oscuro di tutto.

Oltre alle 11 misure cautelari, la polizia ha effettuato vari sequestri preventivi di quote societarie e 13 perquisizioni nei confronti di cittadini italiani e pachistani accusati di “intermediazione illecita nel reclutamento di cittadini extracomunitari”, per lo più giunti in Italia come profughi e sfruttamento del lavoro nero, “truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche”, “interramento di rifiuti speciali”, “emissione di fatture false”, “ostacolo alle indagini” e “frode in esercizio del commercio”. Le indagini sono state condotte dalla Digos di Prato con la collaborazione della Polizia Stradale, della Guardia di Finanza di Prato e del corpo forestale dello stato di Firenze.

L’inchiesta non si è fermata alle ipotesi di sfruttamento dei profughi, ma si è allargata alla presunta produzione e messa in commercio di vino Chianti adulterato con uve provenienti, secondo gli inquirenti, dalla Sicilia e dalla Puglia in percentuali non consentite dalla normativa di settore. Agli indagati viene contestata anche l’emissione di fatture per operazioni inesistenti e l’interramento di rifiuti speciali (pali per vigne e scarti edili) davanti all’azienda Coli. Sono scattati anche sequestri per equivalente (poco meno di un milione di euro) in seguito alla contestazione di reati fiscali. Sequestrate quote di capitale di sette società, per cinque delle quali (di cui tre immobiliari) è stato sequestrato l’intero capitale sociale. Ci sono anche tre agriturismi. I cinque italiani raggiunti dalla misure di custodia sono tre amministratori dell’azienda Coli di Tavarnelle, un faccendiere e un investigatore privato.

Il procuratore capo Giuseppe Nicolosi ha spiegato che nel corso delle indagini c’è stata la collaborazione di Tariq Sikander che ha consentito di acquisire ulteriori elementi di prova, tra cui l’occultamento di alcuni infortuni sul lavoro: “Abbiamo accertato un sistema complesso di sovrafatturazione del personale impiegato grazie al quale sono stati ottenuti finanziamenti non dovuti dall’Unione europea”. Nicolosi ha parlato anche di un tentativo di inquinamento delle prove: la Procura accusa Giuliano Michelucci, 63 anni, originario e residente a Montelupo Fiorentino, e l’investigatore privato di Carpi

Alfio Cosentino, ora ai domiciliari, di aver avvicinato il pachistano Sikander, che aveva iniziato a collaborare con gli inquirenti, offrendogli 200.000 euro perché non rivelasse quello che sapeva ai magistrati. Indagata anche una collaboratrice di Cosentino, Vincenza Tufo, che ha l’obbligo di dimora a Carpi. E’ stato spiegato che Michelucci diceva di essere vicino ai servizi segreti e nelle intercettazioni è rimasta traccia di contatti con appartenenti o ex appartenenti alle forze dell’ordine.

Oltre a Tariq Sikander, risultano indagati con l’obbligo di dimora altri quattro pachistani, autisti e guardiani dei profughi mandati nei campi: Mohammad Manasab, Ahmed Aziz, Ahmed Tanveer e Iqbal Zafar. Tra gli indagati, non destinatari di misure di custodia, c’è anche Belinda Coli e ci sono tre professionisti, tra cui il commercialista del pachistano Sikander, che ha collaborato con gli inquirenti.

Quando alla presunta adulterazione del Chianti, il procuratore Nicolosi ha confermato che il vino veniva prodotto anche usando uva proveniente dal sud, una circostanza accertata anche grazie alle analisi tecniche sul prodotto.

Il sostituto procuratore Sangermano ha spiegato che i lavoratori stranieri erano pagati 4 euro l’ora, con la promessa di essere successivamente regolarizzati

sul territorio italiano. Molti di loro stavano ammassati in un appartamento di via Marx a Prato con un solo bagno. All’alba passavano i furgoni, messi a disposizione dall’azienda Coli (dicono gli inquirenti) che li portavano nei campi del Chianti.Secondo gli inquirenti, l’azienda Coli faceva bonifici sui conti di Tariq Sikander e della moglie, titolari di aziende con sede a Prato, e ricevevano in cambio, al nero e in contanti, l’80% dell’importo versato con bonifico.

“L’operazione condotta oggi contro il caporalato deve farci riflettere e spingerci a fare tutto il possibile per contrastare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo ovunque si annidi”. Questo il primo commento del presidente della Regione Toscana Enrico Rossi a proposito della vasta operazione condotta nelle province di Prato, Firenze, Modena e Perugia e coordinata dalla Procura di Prato.

“Dobbiamo proseguire senza sosta nella lotta al caporalato, al lavoro nero e allo sfruttamento dei lavoratori migranti”. “In Toscana – prosegue Rossi – non devono esistere zone ‘grigie’: l’imperativo è garantire ovunque i diritti dei lavoratori”. “Alla procura di Prato e alle forze di polizia – conclude il presidente della Regione Toscana – va il mio ringraziamento per quello che stanno facendo”.

 

Da Il Tirreno, edizione Prato, 13 ottobre 2016.

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